Strange Path

The Mad Rose, proprio lei.

 

 

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] Imparare la pittura

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Tra le pagine: "la penna"

lunedì, 08 dicembre 2008
Estorsione di vita

− Ti farò male, non preoccuparti.

Mi scagliò a terra. La sua voce era una lama d’acciaio rovente, che penetrava la mia mente e arrivava nelle mie membra; era il suono, senza alcun reale significato, come se gridasse solo morte.

− Ti farà molto male, e sarà bellissimo.

Il suo ruggito rimbombò per il vicolo deserto, si arrampicò sulle pareti grigie e annaspò verso il cielo notturno con dita artigliate.

Gridai. Un lampo rosso sconvolse la mia vista. Il ginocchio mi doleva.

 

Lui si piegò su di me. Alla luce della sola luna, la sua fronte e le vene del collo luccicarono di un pallore inquietante. Vidi una luce balenare sui suoi denti affilati e poi indugiare nelle iridi scure.

I suoi occhi erano attraversati da capillari rossi, le sue labbra bluastre e rotte in più punti. Ne tormentava la carne con gli incisivi, la bocca deformata in una smorfia di rabbia e piacere.

Frugava sotto l’impermeabile di pelle con una mano; l’altra stringeva qualcosa.

Vedevo il suo braccio muoversi alla ricerca di un oggetto, mentre io cercavo di indietreggiare strisciando, le mani che grattavano contro l’asfalto, il respiro rotto e il cuore che sovrastava ogni rumore con il suo battere impazzito.

La mia schiena andò a finire contro il muro scrostato di una casa in rovina, di fianco a me qualcosa si mosse e una piccola ombra corse su per le scale di emergenza producendo tonfi metallici.

Mi giungeva un odore di sangue, ferro e cemento, e i conati di vomito mi indolenzivano lo stomaco.

 

− Dove credi di andare?

Voltò la testa verso la fine della strada, poi mi fissò con il suo sorriso perverso.

− Non - ti - muovere.

Il suo parlare divenne un sibilo basso, come lo strisciare di un enorme verme sul fondo di una galleria. Inorridii a quel poco che credetti di vedere oltre la coltre di oscurità che pur non mi proteggeva da quell’ aberrazione.

La sua mascella si allargò come quella di un serpente, e una lingua nera e guizzante calò fra i denti appuntiti fino a toccargli il mento.

− Non - ti - muovere! − gridò ancora, e l’eco di quella minaccia mi assordò.

La sua gamba si sollevò e calò su di me. Un dolore lancinante mi invase lo stinco, la coscia, poi l’anca, e da lì salì fino a penetrarmi nel cranio, interrompendo qualsiasi altro pensiero.

Non udii nemmeno il mio urlo disperato, se non nel suo rimbombo e nello sforzo della gola.

 

Lacrime brucianti scesero lungo il mio viso come fiamme liquide.

− Patetico.

La mano insolitamente pallida estrasse da sotto la giacca una siringa, con un lungo ago che emise un bagliore minaccioso. Tentai di gridare ancora, ma il dolore mi spezzò il respiro a metà.

Quando si sporse su di me, la sua ombra oscurò la luna e non vidi più nulla se non il luccicare dei suoi occhi spalancati.

Sentii che armeggiava vicino al mio orecchio, poi uno strattone mi alzò e trattenne la testa, e l’ago penetrò nel mio collo scivolando nella carne.

 

Un serpente gelido e viscido scivolò lungo le mie arterie e si spanse nel mio corpo come sangue, togliendomi le forze.

Tremiti e spasmi presero possesso delle mie braccia, le gambe si irrigidirono e cominciai a tremare con una poderosità che credevo impossibile.

Smettila, smettila, smettila. Nient’altro.

Svenni, e mentre perdevo i sensi ringraziai per la dolce incoscienza.

 

Gelo, un altro dolore acuto e il mio corpo che si strappava a metà.

 

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Tra le pagine: "la penna"

sabato, 22 marzo 2008
La fine dell'avventura

Cadde a terra, con la leggerezza di una piuma d’angelo e il peso grave della morte.
Aristea si accasciò al suolo e i suoi occhi si fecero vuoti: in un istante furono solo specchi opachi, che riflettevano il nulla dentro e fuori di lei.
Allora, al cospetto di quella visione, qualcosa si ruppe dentro Delera.
La piccola halfling guardò la donna cadere e si precipitò su di lei.

- ARISTEA! -
L’afferrò, la scosse, la chiamò. Inutile.
Il suo cuore gridò, ma le sue labbra rimasero mute.
Ti ha abbandonato.
Non era la semplice amicizia che tante volte aveva provato e lasciato, quella per Aristea: il suo affetto per lei le ricordava piuttosto la compagnia del circo. Il loro era l’amore che lega gli unici compagni di viaggio, i sopravvissuti, con il dovere di appoggiarsi una all’altra per continuare. La donna che giaceva inerte tra le sue piccole braccia era l’unica persona con cui, in così poco tempo, aveva condiviso l’orrore della morte, il terrore, la rara gioia della vittoria.
Ti ha abbandonato. Ha rinunciato.
Delera si guardò alle spalle, dove Hymo le stava venendo incontro.
- Sopravvivi - pregò il ragazzo silenziosamente - Hai la forza di sacrificarti per noi, quindi sopravvivi, ti supplico. -
Poi, la sua mano sottile e così svelta frugò sotto la maglia e con estrema lentezza e cura ne trasse la boccetta del veleno, lo stesso che Aristea, con una vana speranza di scampare all’orrore della città devastata e dei cadaveri, aveva accolto in seno.
Osservò la bottiglia intensamente, scrutandola con i suoi occhi scuri. Trasse un gran respiro e la stappò.
- FERMA! -
Hymo aveva visto, aveva capito e, mentre tentava di raggiungerla, gridò il suo ordine con un nodo in gola. Ma Delera non ascoltava.

Ricordi, Aristea? Quando ci raccontammo di noi, ti dissi che non ricordavo il giorno del mio compleanno e decidemmo che l’avremmo scelto insieme alla nostra vittoria. Oggi. Oggi sarà il giorno della mia nascita e della mia vittoria, la vittoria sulla vita dannata!
Fissò ancora gli occhi a mandorla in quelli dell’amica, uno castano e l’altro felino, simbolo della loro condanna.
E bevve.

Tutto si fece buio e dolore, e Delera scivolò nel baratro.
Morire qui, ora, per sempre, o vivere nella corruzione in cui tu stessa, disperata, ti sei gettata? Sembrò chiedere la voce della Morte.
La vita… quanto aveva amato la vita, da libera! Ma non lo era più. Aristea l’aveva lasciata; Blake l’aveva lasciata, vittima della malvagità; gli amici di Campoverde, tempo prima, l’avevano lasciata; aveva abbandonato i suoi fratelli, i suoi compagni di viaggio, le sue speranze. Non era più libera, ma schiava del suo odio e della paura.
Allora Delera fece la sua scelta.

- Ti seguirò ora - disse, o credette di pensare.

E scelse le fiamme della Notte eterna.

 

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Tra le pagine: "la penna, qualcuno la chiamò poesia"

giovedì, 28 febbraio 2008
Suona, bambina

Da un'immagine scelta da Lady per una non-sfida all'Immortal


Suona, bambina. Le tue dita sono quelle di una carezza; sono i soffi del vento gelato che percuote le ossa e poi culla il cuore.
Suona, bambina. Le tue mani sono strumento divino di quell’Arte che chiamano amare; sono il mezzo della felicità.
Suona bambina. Per te, solo per te.

A quel tempo era piccola e pallida. I suoi capelli erano morbidi come la seta e le sue guance due boccioli di velluto come, si sa, sono sempre appena sbocciati nella tenera età. Le gambe e le braccia compatte, il viso rotondo, gli occhi grandi e illuminati da un certo moto interno e sconosciuto, di quelli che ogni maturità cancella per sempre da uomini e donne.
Sedeva sempre da sola, nel luogo più vuoto che riusciva a trovare. Non che non le piacesse la compagnia, che non ricercasse una mano materna dove non ve n’era tesa alcuna: semplicemente, amava più del calore delle persone la loro assenza intorno, la loro distanza da lei, perché le potesse osservare e capire senza essere disturbata.

Grida e stridi di corde d’argento
Lascia che pianga il tuo strumento
Attendi con ansia il nuovo avvento
La dolce metà del tuo bel rilento.

Aspettava una melodia. Osservava tutto il giorno il pentagramma incompleto, tristemente bianco, che solcava il suo cuore. Una musica solo agli occhi della sua coscienza, ed inafferrabile per chiunque altro.
Piegava il suo piccolo capo in avanti, chiudeva gli occhi e restava così, suonando dentro di sé quello che le nasceva in grembo alla fantasia. E solo pochi, in rare occasioni, ebbero la fortuna e il privilegio di ascoltare quello che, una volta terminato, il suo Genio aveva creato.
Perché lei suonava per sé, solo per sé.

Note su note, pioggia di niente
E ride, piange, prega quel suono
Cerca ora un luogo più accogliente
Per nascer migliore, figlio del dono.


Aspettava che quell’ultima nota, quel tocco di cristallo, uscisse dalle sue dita e scuotesse l’aria d’intorno. E loro, che le stavano davanti, aspettavano lo stesso prodigio con occhi quasi supplicanti, ben sapendo, nel loro cuore, che il tempo non sarebbe bastato.
Lei attendeva, speranzosa di vedere l’alba seguente insieme alla sua musica.
Sedeva distante da tutti, e li osservava dietro quel dannato vetro di plastica. Lei sedeva in silenzio con il suo strumento, e guardava i bizzarri adulti in bianco discutere pacatamente.

Prima che l’uomo delle parole
Di quelle vuote con cui consolare
Ti prenda la mano e dica“vieni”
Cerca quel sogno, quel figlio, quel suono.

 

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giovedì, 28 febbraio 2008
Scorci di donna

Mi sfiorò una guancia guardandomi, in piedi davanti a me.

Nei suoi occhi, nel fremito delle sue dita, nelle pupille perse nelle mie, lessi quello che desiderava.

Mi avrebbe abbracciata, stretta e respirata. Mi avrebbe baciata, mangiata con lo sguardo e con la lingua; avrebbe carezzato il mio collo e cinto le mie spalle; avrebbe passato sul mio corpo le sue mani belle e calde.

Avrebbe voluto dormire nel mio abbraccio e risvegliarsi con il mio profumo; avrebbe passato ore e giorni nel silenzio, al mio fianco.

E forse io l’avrei anche lasciata fare.

Invece ritirò il braccio e mi sorrise semplicemente.

- Pioggia - mi disse - stammi bene -.

 

Sia per me il tuo profumo

I tuoi sospiri per i miei

Il tuo calore per le mie dita

Il tuo sapore per le mie labbra

Il mio cuore per il tuo petto

Il mio sguardo nei tuoi sogni.

 

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lunedì, 26 marzo 2007
Due bambini

VI racconterò di due strani bambini.

Erano un fratello ed una sorella. Due bimbi un po' nell'ordinario, un po' particolari, come daltronde tutti, mi piace pensare.

Il bambino era terribilmente pigro. Quando i due andavano a comprare il gelato alla fine della via, per poi sedersi sotto l'acero della loro casetta, la bambina lo finiva in due leccate. Il fratello, invece, ci metteva un'eternità o due, e il gelato finiva sempre, sempre, sempre per sciogliersi sulle sue manine.
Le maestre delle elementari, inoltre, commentavano spesso allarmate il comportamento ai genitori. "Signori, L. non corre!".
Insomma, siamo sinceri, dove lo trovate un bambino che non corre mai? Mai. Camminava e basta, preferiva andare con calma, lemme lemme, e aspettare che il gelato gli si sciogliesse in mano insieme al mondo.
Infondo è un carattere come altri.
Questo bambino aveva l'insolita mania di prendersi botte sul naso, in qualsiasi maniera; mania che non svanì nemmeno crescendo.
Inoltre a scuola litigava sempre e in qualsiasi classe trovava qualcuno con cui battibeccare ogni volta. Di notte, poi, ogni tanto gridava e insultava qualcuno ad alta voce, nel sonno.
Questo era il bambino.

La sorella era parecchio diversa. Ma è giusto che i fratelli si diversifichino, o la famiglia diventa piuttosto noiosa.

La bambina, come anche il bambino, aveva un' intelligenza spiccata per la sua età, ed una enorme propensione per la manualità. Fin dai primi anni delle elementari, le affibbiarono il soprannome di Taglia E Incolla, perché era sempre dietro a fogli, forbici e quant'altro.
Affascinata dall' acqua e dal lavoro del padre, inoltre, stava spesso a pasticciare con sostanze e intrugli a casaccio, e così si divertiva, dannando la madre che doveva pulire.
Le piaceva far di conto, immaginare e, più che altro, scrivere. Tra la terza e la quarta elementare aveva scritto quello che allora considerava una serie di racconti, su alcune avventure di uno strano corsaro che portava il suo nome.
Questa bambina non era per nulla appassionata di sport, ma le piaceva molto muoversi, correre, giocare. Era molto spesso chiamata genio, tra gli adulti e i compagni di classe, ma non capiva molto bene il perché. Forse era perché comprendeva al volo la matematica, o perché finche era piccola non aveva bisogno, come invece altri, di studiare le materie della scuola.
Un giorno notò che in tutte le foto di classe, dall' asilo alle elementari, alle scuole medie, era sempre l'unica che non era seduta composta o ben eretta, l'unica fuori posto in pose strambe. Quando era molto piccola e usava il biberon, una volta finito di bere non lo teneva e non lo metteva da qualche parte: lo lanciava alla cieca per la stanza...
Una bimba curiosa.

I due fratellini andavano molto d'accordo, anche se poi litigavano sempre come fanno tutti i fratelli. GIocavano sempre insieme, ed avevano inventato un mondo di lego con storie e personaggi; un mondo che li accompagnava ogni giorno per anni e anni. E così si divertivano insieme.




Ecco la storia di quelli che diverranno due strani tipi: io e il mio fratellino ^_^

 

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Tra le pagine: "la penna, qualcuno la chiamò poesia"

venerdì, 19 gennaio 2007
Dream intro

Un giorno non ci resterà
che la fantasia.
Allora non potremmo far altro
che immaginare
un nuovo mondo.

I bambini come te
saranno i re,
capaci di sognare
E gli stolti adulti e grigi
dovranno imparare.

In un mondo così
ogni tristezza andrà via
la paura regnerà
sugli incubi
e il sorriso dominerà
i bei sogni.

 

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Tra le pagine: "la penna"

domenica, 17 settembre 2006
La ragazza del gatto senza nome .6

Oggi data memorabilissima!! L'ho finitooooooo!! Ho finito il racconto!! La prima cosa che completo in vita mia O__O Mi hanno fatto i complimenti quei pochi che l'hanno letto, quindi sono contenta ^_^

Spero che piaccia :3 Intanto ecco il penultimo capitolo!!


Capitolo 6: Our moment

L’importante è non smettere di sognare. Per quante volte puoi cadere, essere intralciato, ostacolato, calpestato, non devi mai smettere di inseguire i tuoi sogni. Per alcun motivo. È essenziale preservare quelle speranze che sembrano irraggiungibili, ma che, appiattite sul fondo del cuore, ci danno un motivo per non fermarci, per continuare a proteggere quel bimbo che si diverte a rincorrere le farfalle e scoppiare le bolle di sapone, che in un angolo della nostra anima non smette di credere nelle fantasie.

Sono i sogni ad essere costruiti sulla terra dove calpestiamo ogni giorno, o al contrario è il nostro mondo, materiale e tangibile, ad essere costruito su fondamenta di nuvole argentate? Una domanda cui non si può pretendere di dare una sola risposta, in un universo dove non esiste ‘giusto’ o ‘sbagliato’, dove non esiste ‘buono’ o ‘cattivo’; dove regnano un futuro che ricorda il passato ed un passato che si preoccupa del futuro. I sogni: marionette in attesa di essere mosse. In attesa perenne.

 

Il giorno dello spettacolo, inesorabile, è arrivato.
Eve si sente tranquilla quella sera, pur sapendo che l’agitazione sarebbe inevitabilmente giunta a farle visita un attimo prima del momento fatale.

Si guarda intorno, la giovane, scrutando il viso preoccupato di Rachel, che siede agitata tra lei e Jeanne. La bionda le rivolge un sorriso, cui Eve non riesce a rispondere, troppo immersa nei propri dubbi.

Il Bislacco Cartaio cammina avanti e indietro, tra i ragazzi, ormai da vari minuti, mostrando però un viso rilassato e disteso, fiducioso nei loro confronti.

Un tocco leggero sulla spalla di Eve fa voltare la ragazza, che scopre Rebecca dietro di lei, la mano affusolata sulla spalla della compagna. Un lievissimo calore si diffonde lungo la sua schiena, rinfrancandola un poco. Sorride alla giovane, che si avvicina.

“Tranquilla, la prima volta che si recita in pubblico è così… ma… ma andrà tutto bene!”

Annuisce.

“Ovviamente! Vedrai che saremo grandi!” risponde l’altra, ritrovando coraggio.

Poi Rebecca sorride. Eve non l’aveva mai vista farlo, ed ora rimane sorpresa, mentre ricambia il gesto.

La stanza in cui sono seduti è simile a quella in cui provavano il pomeriggio, al corso, ma è più ampia e rumorosa, e si trova più o meno sotto il palcoscenico del teatro. Dopo le prove generali erano infatti scesi per un paio di rampe di scale di ferro e legno, per accedere al luogo dove si trovano ora. Insieme al gruppo degli attori e al maestro, nella stanza sono presenti due uomini che lavorano a tempo pieno dietro le quinte, e che ora attendono di salire con i ragazzi.

Tutti sanno che fra pochi minuti sarebbe stato il loro momento, facendo calare il silenzio sui respiri, mentre ognuno cerca a modo proprio la concentrazione e la calma.

In un angolo illuminato dai neon, un orologio da muro, bordato di plastica nera, ticchetta calmo, mentre il battito dei cuori dei ragazzi accelera.

Le 20:42.

La lancetta dei secondi ticchetta ancora tre o quattro volte, prima che un altro uomo, basso e robusto, scenda le scale che provengono dal teatro.

“Ragazzi, tocca a voi” dice semplicemente, indicando con forza alle proprie spalle.

Le sue parole riecheggiano nella sala più volte, prima che i ragazzi, agitati, ne colgano il senso, alzandosi in piedi e disponendosi freneticamente uno dietro l’altro, incitati dal maestro ad essere più silenziosi possibile.

Quasi di corsa i ragazzi, seguiti dal Cartaio saltellante e preceduti dai tre uomini, salgono gli scalini di legno fino ad arrivare ad un'altra piccola sala, dalla quale scorgono la seconda rampa, di ferro, che salgono ancora più velocemente, arrivando così in pochi secondi alla piccola porta delle quinte.

L’adrenalina comincia a farsi sentire nelle vene, quando il maestro spinge la porta nera, mostrando il palcoscenico di legno scuro, di fronte a decine di persone in attesa.

“Andrà tutto bene” ripetono mentalmente i ragazzi, a se stessi e tra di loro, dandosi lievi pacche sulle spalle e incitandosi a vicenda a dare il meglio.

Si inizia!!!

Le luci calano, e tutti gli attori, silenziosamente, si dispongono sul palco nella posizione iniziale, per dare il via alla prima scena.

La musica inizia, le luci si alzano nuovamente.

I pensieri si moltiplicano, le battute e le immagini ben impresse tornano in mente.

Poi ogni cosa scompare.

È il momento!

 

 

 

*

**

***

*****

*******
*****

***

**

*

 

 

 

Un chiassoso applauso sale dalla platea, riempiendo di calore il teatro intero. Il suono rinfrancante penetra nei cuori degli attori, mentre, tenendo la mano dei ragazzi di fianco, uno dopo l’altro si inchinano, colmi di gratitudine ed orgoglio.

Orgoglio per i loro compagni ed amici.

Orgoglio per se stessi, per aver dato il meglio.

Cedric grida, spiccando un salto, e trascinando con se il braccio di Rebecca, che ride. Jeanne grida con il fratello, trascinando Eve, che sorride e non può trattenersi dall’esultare. In un attimo, tutti i ragazzi gridano e saltano per il palco, senza smettere di tenersi per mano.

Sono stati bravissimi. Qualche piccolo errore, superato immediatamente, c’era stato, certo, ma quel che conta ora, per tutti, è di averci provato, e di essere arrivati in fondo, insieme.

Un enorme calore, mai provato prima, colma gli spiriti festosi dei compagni, facendoli stare bene. Bene davvero, felici. Hanno raggiunto il loro obbiettivo, nessuno escluso. Cosa c’è di più gratificante? Nulla, in questo momento di gioia pura.

 

Eve, ancora saltando e gridando, sposta lo sguardo sugli spettatori. I suoi occhi vengono catturati dal sorriso della madre e quello di Alexander, che ancor più la colmano di orgoglio e felicità.

Poi, uscendo dalle quinte, il suo sguardo si posa nuovamente su qualcuno: un ragazzo familiare. Eve lo osserva bene in quell’attimo, mentre viene trascinata via dai compagni. Quel ragazzo le ricorda… no, non può essere lui! Non qui… non ora…

 

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Tra le pagine: "la penna"

lunedì, 11 settembre 2006
La ragazza del gatto senza nome .5

Capitolo 5: Help me and come

I sentimenti: una parola scelta da chissà chi per raggruppare tutte quelle strane sensazioni, che ti prendono la gola, il cuore ma anche i pensieri.

Affetto, Amicizia, Simpatia, Odio, Amore, Rassegnazione… solamente nomi, eppure con dei significati così profondi da non riuscire a comprenderli.
Infatti, anche se abbiamo tutte queste parole e nozioni in qualsiasi lingua, è sempre così difficile capire cosa stiamo pensando e provando, e ancor più difficile è esprimerlo.

 

In una sera calda d’estate inoltrata, i pensieri di una semplice ragazza di cui nulla importa al mondo si soffermano su queste cose.

L’ adolescente, in pantaloni e maglia sbracciata neri, cammina a passo lento per le strade poco frequentate della sua città. Le piace l’aria più fresca della sera, dopo un pomeriggio soffocante.

Le strade sono sgombre dai turisti e i residenti che fino a ora di cena sciamavano rumorosi in ogni via, guardando le vetrine dei negozi, parlando fra loro, fotografando, sedendosi ad un bar, incontrandosi e camminando senza meta.

La ragazza imbocca una stradina silenziosa, tra qualche vecchia casa, e il suo sguardo si alza da terra, vagando sui massicci edifici che la circondano. Un lampione, vicino a lei, emette un forte ronzio, e la sua luce traballa.

Sbuffando per il caldo che anche a quell’ora combatteva per regnare, svolta l’angolo che ha di fronte. Una scena la colpisce improvvisa: due ragazzi di circa vent’anni, con la specifica e ben conosciuta aria di ‘teppisti’, stanno in piedi di fronte ad un bambino che pare avere l’età media delle scuole elementari. I due ragazzi rivolgono, forse da qualche minuto, parole di scherno al bimbo. Vicino a lui, una giovane dai capelli di un rosso acceso lo abbraccia, rispondendo coloritamente.

Il vicolo in cui si trovano è dominato dalle ombre, stretto e poco accessibile, e continuava più avanti allargandosi in una nuova strada.

“Che diavolo vuoi tu? Spostati e vattene”. Uno dei due ventenni, alto e biondo, con un paio di occhiali da sole scurissimi sul naso, urla rivolto alla rossa.

Il bambino si stringe a lei, lamentandosi “Maaaaaaaary!! Mary che cosa vogliono? Ho paura andiamo via!”. Scoppia in lacrime.

“Fate schifo! Vi comportate così con un bambino della sua età? Il coraggio di picchiare un uomo non ce l’avete, è cosi?!”

Le parole di sfida della giovane irritano visibilmente il biondo, che fa risuonare nella via uno schiaffo, colpendola in viso.

L’altro ragazzo, con un berretto calcato sul viso, fa un passo avanti.

“Adesso basta, dacci quello che vogliamo e toglietevi dai pie-“

Un colpo violento colpisce improvviso il ragazzo, che perde l’equilibrio.

“Che cazzo succede? Cosa diavolo..!!!”
Eve è in piedi tra lui e la ragazza, il braccio ancora alzato a mezz’aria e il pugno stretto.

“Eve!!”

La compagna di teatro la guarda stupita, stringendo il bambino.

“Che diavolo vuoi tu, ragazzina?”
Il biondo tira per un braccio il compagno, alzandolo. La ragazza non risponde, ma lo guarda negli occhi. Dopo qualche istante infila una mano nella borsa che portava a tracolla, frugando un attimo, e ne estrae un oggetto nero grande come una mano.

Il ragazzo col cappello fa qualche passo indietro, inciampando.

“Che cazzo è quella?! Quella stronza ha una pistola!!”

“Ed è carica” risponde sorridendo lei.

I due si tirano su da terra, e in pochi attimi si stanno già allontanando, gridando qualche vuota minaccia nel silenzio della sera.

Un rumore metallico, emesso dall’arma risuona nella via, accompagnato dalla sua eco.

Eve si volta verso la rossa, notando la sua espressione sorpresa.

“Mio padre era un militare.” Si limita a risponderle, come per dare una spiegazione, mentre ripone la pistola.

“Eve… io… grazie…” comincia Mary, inciampando sulle proprie parole. “ma che… che ci facevi qui? Quando sei arrivata? Io non…”

“Di nulla” la interrompe l’altra.

“Ero qui per caso. Passeggiavo… tu piuttosto perché ti eri andata a ficcare in un vicolo con un bambino?”

La ragazza da’ uno sguardo al bimbo, ancora in lacrime e pieno di paura, e lo stringe un poco, sollevandolo in braccio.

“E’ mio cugino. – spiega – era a cena da noi, e lo stavo riaccompagnando a casa… lui è corso avanti e l’hanno fermato quei due… Grazie ancora, davvero!”

Eve accenna un sorriso. “Figurati. State attenti a quest’ora, però.”

Il bambino libera il viso dalle mani ed annuisce. “Scusa.” Sussurra poi.

Riaccomodandosi il cugino tra  le braccia, Mary torna a camminare, affiancata da Eve.

“Posso… farvi compagnia per un poco?” azzarda la bruna “non ho alcuna meta e per nulla voglia di tornare a casa…”

La compagna la guarda, e sorride. “Certo che puoi, anzi mi fa piacere.”

Raccontandosi episodi senza importanza, le due ragazze e il bambino riprendono la strada imboccata, mentre intorno l’aria si raffredda lentamente, in modo impercettibile, ed i lampioni illuminano fiocamente l’asfalto scuro della città. La sera torna ad essere dominata da un’ atmosfera tranquilla, sospesa nel pensiero di un innocente pittore, che con mano ferma e pennellate dolci e soffici, dipinge le vite di due giovani donne, che per un attimo si incrociano per condividere un momento.

 

Quasi due ore dopo, a notte ormai inoltrata, Eve non dorme, ma riposa seduta sul proprio letto, regalando di tanto in tanto una carezza al suo gatto, che si appisola beato sul lenzuolo.

La porta della stanza è aperta, così che spingendo lo sguardo fuori, si possa scorgere una parte del corridoio che da’ direttamente sull’entrata. D’un tratto, un rumore familiare, proveniente dall’ingresso, risveglia il silenzio, riempiendo la casa fino ad Eve.

Chiavi. La ragazza riconosce subito lo sferragliare sempre troppo chiassoso delle chiavi girare nella serratura; scatta in piedi e si affaccia dalla porta, giusto in tempo per vedere una figura alta e di media corporatura introdursi dall’entrata. La mano dell’ombra, nel buio, cerca l’interruttore, finché trovatolo accende le luci. Vedendo Eve nel corridoio, e non aspettandosi di trovare qualcuno sveglio, l’uomo, perché di uomo o ragazzo si tratta, non riesce a trattenere un grido, che fa’ sussultare la ragazza.

Dopo un attimo i due sono nuovamente in silenzio, ed Eve può riconoscere l’ ‘intruso’.

“Alexander!” Esclama.

Il fratello tira un sospiro, e richiudendo la porta le si avvicina.

“Sorellina! Mi hai fatto prendere un colpo! Che fai in piedi a quest’ora di notte?”

“E tu che ci fai in casa mia, a quest’ora di notte, piuttosto!”
“ ’Casa mia’ ?! Hei ragazzina, questa è anche casa mia, sai?”

“Lo era”

Il ragazzo sbuffa, dopodiché appoggia sul pavimento un borsone che portava con se, e si avvicina ancora nel corridoio.

“D’accordo – si arrende – Scusami se non ti ho avvertita, ma volevo farti una sorpresa.”

Infilando le chiavi nella tasca destra dei jeans, Alex trascina la borsa fino a una stanza ora vuota, che tempo fa costituiva la sua camera, mentre la sorella gli va dietro.

“E va bene, fai quello che ti pare!” Borbotta Eve.

“Ho pensato di stare qui una settimana, non di più. Tra pochi giorni c’è il tuo spettacolo o sbaglio?”
“Sì… verrai a vedermi?”
“Eccome! Hai sentito La Madre, in questi giorni?”

“No, non ha più chiamato da un po’ ormai”

“Ha chiamato me ieri. Le ho detto del tuo spettacolo, ma sembrava non sapere nulla nemmeno del corso di teatro. È cosi?”
“Può essere… non ricordo di averle detto nulla.”

“Perché?”

“Che cambia?! E poi non ne ho avuto occasione.”

Tra i due fratelli cala qualche secondo di silenzio, interrotto poi dai passi di Eve che si allontana.

“Vado a dormire.” Spiega rivolta ad Alexander.

“Buona notte sorellina!”

Pochi secondi dopo, prima che ognuno potesse iniziare a coricarsi, un altro sferragliare di chiavi riecheggia nel corridoio.

Eve si precipita alla porta, incrociando il fratello che la guarda interrogativa. I due arrivano davanti all’entrata in pochi secondi, quando una donna fa capolino dall’uscio, entra e si richiude la porta alle spalle.

Eve sente un tuffo al cuore.

“Mamma!!”

La donna appoggia a terra due borse e spalanca le braccia.

Una donna ancora giovane, sotto i quaranta.

Aveva dato alla luce il primo figlio, Alexander, all’età di quindici anni, quattro anni prima che nascesse Eve.

Dalla venuta al mondo di Alex, suo padre l’aveva praticamente rinnegata.

Dopo l’incidente in cui il fidanzato, padre dei due bambini, trovò la morte, quella giovane donna si era trovata a dover crescere i due figli col solo aiuto della madre, prima ancora di finire gli studi.

Ma quando una donna giovane e piena di talento trova occasioni che non può perdere per la sua carriera e la sua vita intera, vivere in famiglia diventa sempre più difficile.

Si era trasferita per queste occasioni, e per lo stesso motivo aveva dovuto lasciare che i figli percorressero l’adolescenza da soli, quasi lasciati a se stessi.

Non le era mai stato perdonato nulla.

Ora è lì, in piedi nel corridoio di casa sua. Il viso leggermente tirato dalla stanchezza, ma gli occhi ancora pieni di vitalità, accesi, da trentenne in carriera.
Le labbra carnose, colorate dal rossetto acceso, sono incurvate in un incerto sorriso, mentre Eve si avvicina, e la osserva insicura.

“Che diavolo ci fai qui?”

La madre la guarda. Uno sguardo dolce.

“Domani è il  giorno del tuo spettacolo, sbaglio?”

Alexander interviene, parlando verso la genitrice.

“Non dovevi restare all’estero fino all’inizio della scuola?”

Il suo tono è irritato, indecifrabile.

“Io… - comincia dubbiosa la donna – bene… se volete saperlo, lavorerò da casa.”

Questa nuova affermazione colpisce i due ragazzi, lasciando i loro pensieri a mezz’aria.

“Non ora – riprende lei – ma dopo che avrò terminato il lavoro all’estero, certo. Ora sono tornata  per vedere Eve”

Ammicca verso la figlia sbigottita.

“Come sarebbe a dire che lavorerai da casa?!” replica Alex.

Una giornalista. Il suo lavoro era praticamente viaggiare, e stare lontana da casa con un gruppo di colleghi per scrivere direttamente sul posto: questo avevano capito Eve e il fratello, da piccoli; e questo restava sempre l’ occupazione della madre, in poche parole.

“Lavorerò da casa” ripete.

“Insomma, lo sapete che il mio lavoro è fattibile anche stando fermi!” il suo tono di voce ora è più alto, mentre gesticola verso i figli.

“Ho lasciato l’occupazione sul posto. Tutto qui.”

L’argomento pare chiuso.

Nessuna parola esce dalla gola di Eve, anche se la ragazza sembra voler dire qualcosa.

Nulla.

“Capisco…” è l’unica cosa che il fratello riesce a rispondere.

La madre torna serena, mentre prendendo a camminare verso la cucina, abbraccia i  figli e li trascina con se’.
“Non pensiamoci ora! Festeggiamo questa novità! Alexander, non dirmi che alla tua età non sei un ragazzo voglioso di festeggiare!”

Ride, mentre i figli si guardano l’un l’altro, alzando le spalle, senza sapere che fare.

 

Qualche minuto dopo, finalmente Eve raggiunge la sua camera, buttandosi di peso sul letto e rischiando di soffocare il gatto. Si gira su un lato e fissa la sveglia digitale sul comodino. Le 2:49.

Ancora pochi giorni, e sarebbe dovuta salire sul palco, di fronte a una sala colma di persone, per fingere di essere un qualche strano personaggio. Fingere? Come aveva potuto pensarlo?! La recitazione non è fingere, il Teatro non ha nulla a che vedere con le bugie e la falsità. Recitare è fantasia, è immaginare ed interpretare, è creare e dare vita a cose che rischiano di morire. Questo avrebbe dovuto fare: un enorme responsabilità nei confronti di Rachele, il personaggio affidato alle sue mani sottili, e nei confronti di tutti i compagni con cui ormai aveva condiviso pomeriggi e serate a ridere e provare ogni sorta di emozione. Non può deludere i compagni; non può deludere Quella donna che aspettava solo di prendere vita, per poter nuovamente esprimersi e vivere, anche se solo su un palcoscenico; anche se solo per un’ora o due.

 

 

Puoi scappare dalla vita, per un po':

qui dentro siamo noi i creatori di vite,

coloro che danno forma a personaggi o idee

che nelle nostre mani non sono più astratti

ma vivi, vivi e pulsanti.

 

 

Una voce suadente risuona nella sua mente stanca.

“Tranquilla Eve, andrà tutto benissimo. Basta volerlo davvero.”

 

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Tra le pagine: "la penna"

sabato, 02 settembre 2006
La ragazza del gatto senza nome .4

Capitolo 4: Friendship and a raining day

Dopo poche settimane, passate al corso tra improvvisazioni mute ed esercizi vocali, il giorno della scelta dello spettacolo arriva.

Un pomeriggio dominato tristemente da una leggera nebbia, afosa e grigia come un manto di seta, consumato e abbattuto dal tempo, sulle spalle del mondo.

La città, alla debole luce del sole, seppur estivo, ha un aspetto strano, per nulla sinistro, ma pare di essere in un momento tra sogno e realtà, in un momento indefinito al di fuori del tempo.

Eve aveva ricevuto una telefonata della madre, ancora all’estero, che la informava del fatto che sarebbe stata lontana da casa anche oltre la fine delle vacanze estive.

Cosa sarebbe cambiato? Nulla.

Cammina, la ragazza, a passo spedito, nei suoi jeans elastici, scuri e un poco rovinati, e la semplicissima maglietta nera e rosso sangue.

Arrivata nella solita piazzetta, di fronte all’ entrata dell’ edificio del corso, rallenta, accorgendosi di una figura che si accinge ad entrare.

“Eve?”

La voce di Mary.

Avvicinandosi la sua figura si fa’ chiara, mentre la lieve luce gioca con i riflessi aurei sui suoi capelli vermigli.

“Mary. Siamo le prime?”
L’ altra annuisce.

La mano pallida di Eve afferra la grossa maniglia della porta, e la apre. Le due ragazze entrano una dopo l’altra, e arrivate si trovano di fronte l’imponente figura del Cartaio.

“Benvenute. Siete le prime” sorride quello “accomodatevi pure e iniziate a scaldarvi come volete, io devo sbrigare una faccenda”

Così dicendo l’uomo scompare presto dietro la piccola porta lì accanto, e le due, con il solito rauco rumore, scostano il portone scorrevole e si introducono nella saletta dalle pareti nere.

Si siedono vicine, sugli scalini simili a impalcature scure su un lato della stanza.

Passano alcuni minuti, prima che Mary rompa il silenzio pesante che era calato.

“Eve…”

“Dimmi”

“Posso chiederti?... Perché hai iniziato a frequentare il corso?”

Le sue parole sono accompagnate da un sorriso gentile, dolce.

Eve esita, cercando le parole. C’è un perché?

“Io… io non lo so esattamente…”

La rossa la guarda in viso, curiosa, senza smettere di sorridere.

“Io credo – riprende l’altra – di aver provato per trovare… un senso, forse”

“Capisco” risponde Mary, aggiungendo dopo un attimo: “Un senso a cosa?”

“A tutto” è l’unica risposta concisa di Eve.

“Ti ho vista poco, - continua la compagna - nelle improvvisazioni, ma devo dire che sei portata per quest’arte. O almeno io la penso così”.

L’altra non riesce a ricordare l’ultima volta in cui ha ricevuto dei complimenti. Non ricorda, così sorride debolmente, ringraziando Mary.

“Lo penso davvero” Risponde lei al sorriso.

La porta scorrevole si apre nuovamente, lasciando entrare Cedric e la sorella che, euforici ed energici come sempre, salutano le due ragazze sedendosi accanto a loro.

“Di che si parla?” Chiede il ragazzo, esibendo un largo sorriso e sfregando le mani.

“Di quanto Eve sia portata per il teatro!” La risposta della rossa è accompagnata da una risatina e un ampio gesto delle braccia verso l’altra, che tenta di schermirsi senza risultato.

“Oh sì! Già che ci siamo allora ti faccio anche i miei di complimenti, Eve!” interviene Jeanne.

Lei arrossisce. Era davvero tantissimo tempo che non si sentiva così tra qualcuno: apprezzata sinceramente, accolta.

Quanto tempo? Troppo. È davvero così raro trovare qualcuno con cui sentirsi se’ stessi, con cui poter ridere senza badare alle proprie parole.

I quattro ragazzi passano ancora qualche minuto ridendo e prendendosi gioco del colore paonazzo che cominciava a tingere l’oggetto dei loro complimenti, finché la porta si apre nuovamente.

I restanti membri della compagnia fanno rumorosamente irruzione nella saletta, seguiti dal maestro, e la riunione ha inizio.

“Oggi – introduce il Cartaio – cominceremo a preparare lo spettacolo, e quindi a lavorare sul copione che ho scelto. Spero siate pronti”.

Le sue parole sono seguite da segni d’approvazione da parte dei ragazzi, che all’idea di poter finalmente recitare ‘davvero’ cominciavano ad accendersi.

Il maestro corre verso le scalinate, e torna da i ragazzi con un pacco di fogli.

“Il titolo – continua distribuendo ad ognuno una copia del testo – è “Un giorno di pioggia”. Oggi decideremo subito a chi vanno le parti.

“La storia è ambientata in un periodo indefinito vicino al ‘500. In breve, parla di due innamorati, costretti insieme alla fuga a causa di una sfida mortale che il protagonista intraprende e vince contro il futuro marito della sua bella, scelto molto tempo addietro dai genitori di lei. Questo protagonista, campagnolo di famiglia poco agiata, abituato da sempre a viaggiare, giunge un giorno di pioggia, conquistando subito l’amicizia e in seguito il cuore di una giovane nobile di nascita, figlia di importanti proprietari terrieri. Dopo la morte del pretendente favorito, per mano del giovane villico, I due protagonisti sono aiutati nella loro fuga dalla migliore amica della ragazza, sorellastra odiata del morto, ed inseguiti altresì dai genitori. Vengono insistentemente ostacolati anche da un’altra antagonista, da sempre innamorata segretamente dell’uomo ucciso, che vede improvvisamente perduto.
Tutta la storia sarà alleggerita ed aiutata dalla voce e la figura di un narratore, che spesso si intrometterà tra una scena e l’altra e spiegherà nel miglior modo possibile la situazione iniziale.”

I ragazzi ascoltano silenziosi, sfogliando qua e là il copione che si trovano fra le mani.

Dopo qualche minuto speso a leggere qualche riga, il maestro si pone al centro del semicerchio formato dagli allievi, per decidere le parti.

“I ruoli da assegnare sono otto. È esattamente il vostro numero, quindi non abbiamo troppi problemi. Durante le lezioni svolte finora ho osservato ognuno di voi, e penso di essere finalmente riuscito ad assegnare la parte giusta ad ognuno”

L’uomo battezzato Bislacco Cartaio introduce le sue scelte, sorridendo smagliante.

Nessuno parla, così l’assegnazione dei ruoli comincia.

“Come prima cosa, Mary sarà la narratrice. Trovo che la sua voce sia perfetta per questo ruolo, così come ogni altra cosa. Sei nata narratrice!”

La ragazza ride, annuendo. “Narratrice” ripete.

“Secondo me sarebbe bellissimo se avessi un costume da giullare!” aggiunge poi, seguita dalle risa di Cedric.

“Ai costumi penseremo poi” li interrompe il cartaio. “Per ora andiamo avanti!

I protagonisti sono stati abbastanza difficili da trovare, ma penso di fare una giusta cosa, se scelgo Jeanne e Roberto.”

I due ragazzi paiono visibilmente contenti di avere la parte principale. Ad Eve, seduta accanto a Jeanne, sembra di percepire il battito del cuore della compagna farsi più insistente. Si volta a guardarla: la ragazza passa lo sguardo dal maestro a Roberto, leggermente rossa in volto, poi lo abbassa, stropicciandosi il vestito con le mani sottili. Era così evidente!

Dopo qualche secondo ancora riprende il silenzio.

“Sono sicuro – continua il cartaio – che sapranno lavorare a dovere. Ah, per una simpatica coincidenza il personaggio di Roberto ha lo stesso nome dell’attore. La protagonista invece porta il grazioso nominativo di Maddalena. Comunque continuiamo: i genitori, il signor Battista e la moglie Teresa, saranno interpretati da Mattew e Rebecca, mentre l’amica di Maddalena, sorellastra dell’antagonista, ovvero la simpatica e accesa Anna, sarà Rachel.
Penso che anche voi troviate azzeccate le personalità dei compagni con quelle dei personaggi”

L’uomo ammicca verso i ragazzi, che si fanno rumorosi ed allegri.

“Ora dobbiamo passare agli antagonisti. Il promesso sposo della protagonista, ovvero Lucio, sarà nientemeno che Cedric. So che non è facile per te essere serio – aggiunge ridendo – ma appunto per questo dovrai impegnarti!”

Il ragazzo sorride. “Ci proverò!” risponde poi, scoppiando in una risata.

“La parte di Rachele, – riprende il maestro – ovvero l’altra antagonista, che intralcia i due innamorati, va ovviamente alla restante: Eve.”

Queste parole sono seguite solo dallo sguardo della giovane, che un poco stupita rivolge al Cartaio.

“Ora dovremmo avere tutti i ruoli.” Conclude questi.

La riunione si era svolta davvero velocemente.

Dopo aver ricordato gli orari degli incontri che si sarebbero svolti, gli allievi vengono congedati e, sciamando fuori dal piccolo seminterrato, ognuno torna verso la propria vita.

Finalmente Eve sente di voler davvero impegnarsi in qualcosa; non perché costretta, ma per sua volontà, sa di dover impegnare anima e corpo in qualcosa che sicuramente l’avrebbe gratificata.

Perché è davvero unica la sensazione di essere se stessi e qualcun altro, di indossare le spoglie di un personaggio con vita e carattere, aggiungendovi i propri, ed animandolo di sentimenti che appartengono ad entrambi. L’attore è creatore di vite nuove ed irripetibili, e questo ne fa qualcosa di speciale…

Questo pensa la ragazza mentre, con un mezzo sorriso, gira le chiavi nella serratura di casa ed entra.

Fuori il cielo dà inizio ad un leggero pianto, e la pioggia ticchetta pigra sui vetri, mentre la nebbia si fa più fitta. Il telefono in cucina comincia a squillare.
Eve esce dalla camera e a veloci falcate raggiunge l’altra stanza. Alza la cornetta.

“Pronto?”

“Eve! Sapevo di trovarti in casa.”
Il tempo si ferma. Il lieve rumore della pioggia è l’unico suono che impedisce il silenzio totale nella stanza, dominato improvvisamente da centinaia di parole mai proferite.

“A… Alex?” la voce di Eve è incerta, ma non lascia trasparire sentimenti.

Dall’altra parte del telefono, la voce del fratello è allegra, dolce, mentre soffoca una risata.

“Sì, sono io! Avevo voglia di sentirti…”

“…Anch’io…”
Improvvisamente, Eve viene colpita dai propri sentimenti: non si sente arrabbiata con il ragazzo, anche se, abbandonata a se stessa, si era ripromessa di odiarlo.

“Allora, cosa mi racconti? È sempre tutto uguale lì?”

“Oh… - risponde insicura la sorella – più o meno… forse non tutto”
“E cosa c’è di nuovo allora?”

“Penso… ho trovato qualcosa che mi piace, sai! Un… passatempo credo. Qualcosa per distrarmi”

“E’ una bellissima cosa! Anzi stupenda! Cominciavo a preoccuparmi, vedendoti sempre senza far nulla. E dimmi, di cosa si tratta?”
La ragazza sospira. È felice di poter finalmente parlare con qualcuno.

“Il Teatro. Ho trovato per caso un corso estivo. Si svolge qui vicino, in centro. Ora stiamo preparando lo spettacolo che insceneremo, pare, alla fine delle vacanze estive. Io, sai, sono una dei due antagonisti della storia: è un personaggio importante… spero di non deludere nessuno…”

Le parole escono spontanee dal petto di Eve, e al suo orecchio suonano addirittura infantili. Ma che importa questo? Infondo è suo fratello, e l’ha sempre capita. Sempre.

“Il teatro?!” – si meraviglia Alex – Wow! E io che pensavo avessi cominciato a collezionare monete o qualcosa di simile!”
Una risata segue le sue parole. L’ aktra sorride, serena.
“No… le monete sono così noiose! Piuttosto, a te come va?”

“Oh, io sto bene! Ho trovato lavoro forse, anche se sembra impossibile. Comunque sorellina, voglio sapere la data esatta dello spettacolo, quando sarà decisa: voglio venire a vederti!”

“Ti telefonerò. Come sta Claire?”

“Sta bene. È qui con me e, a proposito, ti saluta”

“Mi fa piacere. Dille che conto ancora su di lei per tenerti a bada”
Alexander ride, riferendo il messaggio alla fidanzata.

“Benissimo. Ora mi sta minacciando di orribile morte se non finisco immediatamente alcuni lavori lasciati in sospeso! Quindi ti lascio, ma promettimi che mi chiami per farmi sapere la data!”

“Te lo prometto. Dai, vai ora, ci sentiamo.”

“Ciao!”
Il fratello riattacca. Eve posa la cornetta, sorridendo. Si sente di nuovo felice, avvolta dal tepore dell’ amore di qualcuno.

In quei pochi minuti, per colpa o merito di una semplicissima telefonata, improvvisamente sente di voler bene al fratello, di nuovo. Sa di avere l’affetto ed il supporto della sua famiglia, e questo le basta per sentirsi forte.

Questa estate si prospetta, nella sua mente, colma di cambiamenti. Se in meglio o in peggio, non aveva importanza. Si sarebbe scoperto solo andando avanti, senza arrendersi.

 

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martedì, 29 agosto 2006
La ragazza del gatto senza nome .3

Capitolo 3: Odd hearts

È una pomeriggio afoso, il giorno dopo, quando Eve si trova di fronte un fatidico incontro.

Stava girando senza meta nei pressi della scuola quando, d’ un tratto, in un giardino ombreggiato e puntato di panchine, scorge il vecchio; il vecchio di cui non conosceva il nome, che da qualche tempo pareva essere ovunque.

Quando l’ uomo incrocia lo sguardo della ragazza, il tempo si ferma. Per un attimo Eve si perde nel silenzio della mattina, e i pensieri confusi e agitati smettono di ronzarle nella testa, come ammutoliti da qualcosa di più importante di loro.

Poi il vecchio si alza, e si allontana ancora, senza dir nulla.

Eve si precipita verso di lui.

“Hei!! Hei fermati un attimo!!”

Grida nella corsa, a perdifiato, ma quello non si volta, non si ferma e non rallenta.

Qualche minuto dopo, Eve l’ ha perso di vista. Si ferma a prendere fiato, e dopo poco si gira, intenzionata a tornare sui suoi passi.

Mentre riprende a camminare, qualcosa (o meglio qualcuno) la urta, o forse è lei ad urtarlo, e la ragazza, inevitabilmente, finisce a terra.

Questo qualcuno le appare davanti, nella sua persona imponente ma rassicurante, quasi a toglierle il fiato.

Ai suoi occhi si mostra uno strano individuo: Il viso leggermente squadrato, dai caratteri marcati ed il mento affilato, ornato da una sottile barba a punta e due folti baffi cadenti, sotto il naso piccolo e dritto. Gli occhi scuri e grandi hanno uno sguardo fraterno, gentile, e la bocca dalle labbra sottili è arricciata in un sorriso dolce.

La cosa più bizzarra dell’ alto individuo era però il modo di vestire: l’ uomo, che non doveva avere più di quarant’anni, portava una lunga palandrana viola scuro, che gli faceva da soprabito e da mantello, nonostante il caldo, ed una camicia bianca con dei bottoni d’oro. Nel taschino della palandrana era infilato un mazzo di carte. Sul capo, l’ uomo portava un cilindro del medesimo colore della giacca, lungo e ritorto nella parte più alta.

“Vuoi scusarmi? Non era mia intenzione”

L’uomo allunga una mano, affusolata e dalle dita lunghe, per aiutare la ragazza ad alzarsi, con un sorriso. La sua voce è profonda, calma.

Eve, ignorando il gesto, si tira su da sola, spolverando poi i vestiti.

Guarda l’uomo, che ricambia con un sorriso.

“Io, se permetti – riprende quello – sono il Bislacco Cartaio. Almeno, così sono chiamato!”

La ragazza, quasi ignorandolo nuovamente, prende a camminare nella direzione che aveva preso. L’uomo le va dietro, senza smettere di parlare.

“E’ un piacere fare la tua conoscenza… hem” Continua, allungando l’ultima parola, come a chiederle di presentarsi.

“Eve” è l’unica risposta, secca e precisa, della ragazza.

“Eve! Che nome splendido” continua l’uomo, frenando il cammino della ragazza, portandosi davanti a lei per sbarrarle la strada. Fermandosi un attimo, e rischiando di buttare ancora Eve a  terra, lo strano individuo esegue un inchino, levando il cilindro.

“S…so – riprende poi – che la mia  presentazione ti sembrerà strana… ma… ma non è il mio nome! Oh no, ragazza! Sono chiamato il Bislacco Cartaio, vedi, per il mio mestiere!”

Eve si blocca, alzando lo sguardo, un poco più interessata a quell’insolito personaggio

“Il suo mestiere?”

“Sono un illusionista, è ovvio!”

“Interessante”

“Oh si! Davvero! Ma non è questo che deve interessare a te”

“E cos’è che dovrebbe interessarmi, allora?”
“Il fatto che io non sia solo un illusionista, per mestiere. Oh no, Eve! Io sono maestro della splendida ed immortale arte che è il Teatro”

All’ultima parola, l’uomo esegue un altro veloce inchino.

“Il teatro?”

E per la prima volta da quando ha memoria, a sentire pronunciare una semplice parola, la mente di Eve si riempie di pensieri, di sogni costruiti sulle nuvole, di immagini che non sono ricordi, ma progetti quasi impossibili. Per la prima volta sente il desiderio di interessarsi.

“Il Teatro…” ripete fra se, in un sussurro.

“Esattamente!” Quello dell’uomo è quasi un grido, prima che riprenda con un tono più consono: “Sai, Eve” Comincia, avvicinando il viso a quello della ragazza “Non so perché, ma… ma quando ti ho vista… ho capito subito!”

“Ha capito cosa?”

“Oh prego! Dammi del tu” Un altro inchino

“Hai capito cosa?” Ripete lei, sempre più spaesata

“Ma che sei perfetta! Ovvio!”

“Perfetta pe-“

Questa volta il Cartaio risponde senza aspettare la fine della domanda, sempre più eccitato e saltellante all’idea di fare le sue proposte ad Eve.

“Perfetta per il mio corso, che domande!”

Mentre la giovane lo guarda quasi senza capire, l’uomo ricomincia a camminare, trascinandosela dietro e continuando il discorso.

“Perché non passi a vedere come lavoriamo? Potrebbe piacerti. Anzi deve piacerti! Su non dire di no, puoi venire anche ora, se ti va! Il posto non è lontano, imparerai subito la strada. Ci sono tanti ragazzi della tua età… perfetti anche loro per questo!”

Eve cominciava ormai a pensare che quel cosiddetto ‘Cartaio’ fosse fuggito da un manicomio.

“Eh… sì.. volentieri, sì… ma è estate…”

“E che importa?!! Il mio corso è anche estivo! Purtroppo ti sei persa la parte della preparazione fisica e vocale, ma non credo abbia importanza per la prima volta, lo spettacolo sarà portato a fine estate, quindi abbiamo ancora tempo!”

“ ‘ Non credo abbia importanza ‘ ??! Pensa Eve, cominciando a dubitare che quello potesse essere davvero un insegnante.”

Senza quasi riuscire ad opporsi, poco dopo si trova, insieme al Cartaio, di fronte ad una porta infilata tra due piccole vetrate, che si apriva in un piccolo ma pittoresco edificio, tra alcune case, su una piazzetta. La porta, come i contorni delle vetrate, era di legno rossiccio, ben lucido. Dall’entrata si poteva scorgere una persona che andava e veniva, e sulla sinistra, all’interno, una porta scorrevole che Eve pensava dovesse aprire la sala del corso.

Quando entrarono le fu confermato dall’uomo, che aggiunse la spiegazione della porta a destra, lo spogliatoio e sala dei costumi, e di quella di fianco alla segreteria, che dava sulla saletta per le registrazioni.

Eve si guarda intorno, sempre più incuriosita da quel luogo che le pare impregnato dalla vitalità delle persone che vi fluiscono ogni giorno.

Svegliandola dai suoi pensieri, il ‘maestro’ la prende per un polso, e con un roco rumore spalanca la porta che da’ sulla sala del corso, entrando con Eve al seguito.

Il luogo che si presenta agli occhi della ragazza è abbastanza piccolo, ma non troppo, e dall’aria accogliente. I muri sono dipinti di  nero, ma una parete è interamente coperta di specchi; il pavimento caldo è coperto da un parquet scuro, dove sembra più semplice muoversi a piedi nudi.

Seduti in terra, in cerchio, chi a gambe incrociate, chi steso e chi in ginocchio, un gruppo di ragazzi, sentendo l’arrivo dei due, smette di far conversazione, voltandosi in direzione della porta spalancata. Si sente un “Ecco il maestro!” e qualche esclamazione simile.

Erano sette, tra cui quattro ragazze e tre ragazzi, pressoché sulla fascia d’età di Eve.

La ragazza osserva il gruppo, con interesse.

Dopo qualche secondo, l’uomo che l’accompagna la invita ad avvicinarsi, dopodiché si rivolge agli altri.

“Ragazzi, questa è Eve. Ho deciso che frequenterà il corso da oggi in poi.”

“ ‘ho deciso ’???! “ pensa lei, ma quello continua:

“Su, alzatevi e iniziate le presentazioni come ogni anno! Eve, tu siediti pure.”

Al dire del maestro, i ragazzi si sistemano nuovamente in cerchio, mentre Eve si siede imperturbabile tra loro. Una volta finito di ordinarsi, una ragazza dalla chioma riccia e dorata, vestita in bianco e verde si alza, prende una sedia tra quelle accatastate in un angolo della sala, e la pone al centro del cerchio; dopodiché vi si siede, per cominciare le presentazioni.

Doveva avere forse un anno o due meno di Eve. Un viso rotondo e colorito, e due occhi parecchio scuri un poco a mandorla.

“Io – comincia rivolta ad Eve – sono Jeanne..”

Al che, un ragazzo lì accanto continua per lei “… ovvero Riccioli D’oro” ma viene ignorato.

“Dicevo! – continua lei - che sono Jeanne. Mia madre è francese, mentre mio padre è nato qui. Ho sempre vissuto con lui. Comunque frequento il teatro da quando ho undici anni, ma solo l’anno scorso ho scoperto questo corso. Devo dire che mi ha interessato molto”

Eve annuisce. Aveva notato l’accento di Jeanne alla prima parola.

La biondina scende dalla sedia, indicando una compagna, e si siede nuovamente a terra.

La compagna indicata, sbuffando, si siede al suo posto.

Una ragazza dal viso affilato, molto magra, che teneva i lunghissimi capelli scuri legati in una treccia; le labbra tinte da un rossetto viola, e il collo adornato da una spessa catena ed alcuni lacci di cuoio. I suoi occhi erano quasi ocra, e questa sembrava vestire completamente in nero.

“Paiono uno il contrario dell’altro, qui” pensa Eve, cominciando ad incuriosirsi.

“Rebecca”

La ragazza seduta pronuncia il suo nome in modo secco, velocemente, dopodiché resta in silenzio qualche secondo, ma vedendo i compagni farle segno di continuare, fa’ un altro sbuffo, e riprende, fissando Eve.

“Ho scoperto il teatro quest’anno, se ti può interessare. Vivo qui vicino, dall’ altra parte della piazza e… e… che dovrei dire?”

Si guarda intorno, cambia espressione un paio di volte, prima corrucciata e poi nuovamente distesa, e continua a parlare.

“E ho trovato gradevole frequentare un corso di teatro. Penso che l’Arte sia magnifica in ogni forma, e quella della recitazione, ancor più della comune arte figurativa, mi attrae parecchio.”

Finito di parlare, senza aspettare un secondo, si alza dalla sedia e va a sedersi, indicando il ragazzo che aveva prima commentato la presentazione di ‘Riccioli D’oro’, lasciando Eve un poco spaesata.

“Questo pare un casinista” pensa Eve, convinta, mentre un ragazzo moro, sorridente, spettinato e abbronzato come appena tornato dai Carabi, si siede sulla sedia, guardandola con i suoi occhi castani.

“Heilà! Io sono Cedric, il fratellone di Riccioli D’oro”

Il suo accento non era però evidente come nella sorella, che gli scoccava intanto uno sguardo di rimprovero.

“Praticamente sono arrivato qui con mia sorella, quindi non ho molto altro da aggiungere… diciamo che trovo divertente il teatro, far casino con questo bel gruppo di pazzi e… eh beh spero continuerà ad essere divertente!”

“Sì, un casinista” annuisce fra sé Eve, mentre Cedric prende posto nel cerchio, indicando una ragazza dai capelli di un rosso acceso.

La compagna si alza, andando a sedersi. Una bellissima ragazza forse poco più vecchia di Eve, dalla pelle chiarissima e gli occhi azzurri screziati d’oro vicino al bordo dell’ iride; il viso ovale, regolare, dai lineamenti gentili; le labbra sottili.

“Mary – sorride – è il mio nome. Ho sempre amato il teatro, ma lo pratico da quattro anni appena. Quando non sono qui dipingo, disegno e scolpisco. Frequento l’accademia artistica della città, scuola che proprio non mi dispiace. Ora non voglio togliere tempo ad altri, dato che a disposizione non ne abbiamo molto, quindi prego”

Alzandosi Mary indica l’ultima delle ragazze.

La più giovane del gruppo, dagli occhi scuri e i mossi capelli biondissimi, contornanti il visetto rotondo, prende posto al centro.

“Mi chiamo Rachel. Questo è il secondo anno di teatro per me, e mi ci sono trovata benissimo, anche se alla fine del corso mi agito un po’ troppo per salire sul palco…. E questo lo sanno i compagni degli altri anni. Io… beh ho finito!”

Rachel pronuncia tutto velocemente, in modo che quasi non si riuscisse a seguirla. Era evidentemente una ragazza timida. Sedendosi indica uno dei due compagni restanti: un ragazzo moro che portava un paio di occhiali senza montatura, a contornare i suoi occhi azzurri, chiarissimi.

“Questo somiglia a… lui… un poco si somigliano davvero, ma…”

I pensieri di Eve vengono interrotti dalla voce calma del moro:

“Ok… io sono Roberto. Frequento il corso da 3 anni. Studio all’accademia d’arte, nella stessa classe di Mary. Infatti è lei che mi ha trascinato qui”

Il ragazzo accenna un sorriso, poi torna serio e, decidendo che poteva bastare, torna a sedersi.

Senza bisogno d’esser chiamato, l’ultimo ragazzo si siede e si presenta. Un coetaneo del precedente, dal viso un po’ squadrato e i lineamenti marcati, i capelli castani fino alle spalle, legati in una coda, e gli occhi color mandorla.

“Rimango solo io! – comincia guardandosi intorno, poi riprende – Il mio nome è Mattew, e sono arrivato qui su consiglio e ricatto di Roberto, il mio migliore amico, se posso dirlo.

Non studio arte, ma sono appassionato di poesia e di musica. Suono la tastiera e la chitarra elettrica. Comunque sono sicuro che ci conosceremo, e… - e qui il castano da’ uno sguardo al Cartaio inarcando le sopracciglia - …e dato che il maestro sta convulsamente facendo segno che il tempo è quasi finito, penso che tornerò a sedermi”

Detto l’ultima frase, Mattew si alza, e riporta la sedia dov’era originariamente, sedendosi nuovamente nel cerchio.

“Sembra un poco d’essere tra gli alcolisti anonimi..” Eve rimane un po’ sorpresa dalla frase pronunciata improvvisamente da Jeanne, ma si trova a sorridere, d’accordo, mentre tutti i ragazzi, annuendo alla considerazione, scoppiano a ridere.

 

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lunedì, 21 agosto 2006
La ragazza del gatto senza nome .2

Capitolo 2: Strange soul

C’è sempre, nel sonno, quel momento, prima di prendere nuovamente coscienza, in cui sogni, ricordi, pensieri e realtà si mescolano e si confondono, vanno a formare un unico vortice di sensazioni e suoni. Ed è questo il momento, breve o infinito, in cui il cuore per poco si smarrisce e si oscilla nel buio, tra le voci, fino a giungere alla luce, aprire gli occhi e uscire da quel miraggio, o incubo che sia, quello stato indefinito, per tornare al mondo che si vive tangibilmente, come chi ci circonda.
Forse, anche i sogni sono vissuti davvero, e tutti abbiamo dunque mondi paralleli, più vite da condurre e dobbiamo portarne il peso, di realtà e fantasia.

Ma una non può esistere senza l’ altra, non ci sarebbe questa differenza, e nulla può esistere senza il suo opposto, senza essere differente, perciò non abbiamo scelta. C’è sempre, certamente, chi tenta di vivere senza l’ immaginazione, e chi vive con poca di essa, in un mondo grigio e tutto uguale, e chi cerca di uscire da quel mondo per rifugiarsi nel proprio, costruito sulla sabbia, o su un ramo traballante. Chissà se poi ci si può riuscire davvero...

 

È in un momento pieno di queste cose, che Eve comincia a svegliarsi dal sonno inquieto, seguendo vacillante una voce, dolce e carezzevole, velata d’ amarezza; una voce famigliare ma sconosciuta, che le parla con gentilezza.

Le palpebre si schiudono, lasciando al cielo ormai serale l’ onore di osservare le chiarissime iridi azzurre della ragazza.

Non appena riprende coscienza di se stessa, dello spazio intorno e della sua persona, il gatto spicca un salto dalle sue braccia, atterrando nuovamente sull’ erba, e prende a correre verso il tramonto nascente.

Così, mentre si prestava ad iniziare l’ ultimo abituale bacio tra Sole e Terra, che tutto vela di porpora ed oro, una ragazza dall’ aspetto di bellissimo corvo regale, si trovò a rincorrere un gatto senza nome.

E allora, che nome gridare nella corsa? Che nome invocare per invitarlo a fermarsi? Nessuno; e questo senso di incompletezza, questa mancanza di qualcosa, per la prima volta lascia un vuoto in un angolo del cuore di Eve, che grida “Fermati!” a qualcuno che non può essere chiamato.

Quando il sole ormai mostrava solo metà del volto, e l’ orizzonte lo copriva premuroso, come avesse dovuto proteggerlo dal freddo e l’ umidità della sera, quando ormai il fiato mancava al petto e la forza alle gambe, il gatto smette di correre, ma ormai Eve l’ ha perso di vista.

Raggiunge, la ragazza, il luogo in cui si è fermato, poco dopo, affannata, rossa in volto e scombussolata.

“Dannazione, quanto corri, stupido animale!”

In realtà, non sa a chi rivolgere le sue lamentele, poiché del suo gatto non si vede traccia.

C’è invece, poco distante, seduto in malo modo e appoggiato al tronco di un ciliegio, uno strano vecchio. I segni dell’ età, le rughe sulla fronte e ai lati della bocca e i segni intorno agli occhi, sono più che evidenti in quel uomo sbarbato dai lunghi capelli bianchi, raccolti. I suoi occhi sono color ocra, come quelli che spesso hanno i felini.

Scruta il tramonto morente, quel vecchio, con sguardo perso in un mondo oltre il velo della realtà, come se in quell’ orizzonte vedesse l’ essenza della poesia.
Eve vede ora un quaderno ingiallito, sciupato ed una penna nera, accanto al vecchio, posati sul terreno, ed osserva il suo profilo, il naso aquilino ed il viso scarno.

“Parli da sola?”

Il vecchio si esprime senza distogliere lo sguardo dalla sottile linea rossa.

“No io… cercavo il mio gatto”

Eve tira un profondo respiro: le manca il fiato.

Quando la ragazza si avvicina, l’ uomo si gira a guardarla, e sorride; un sorriso caldo, quasi paterno. Solo allora lei riconosce nei suoi occhi le stesse venature rossastre che screziano gli occhi del gatto.

“l’ ha visto?” Chiede al vecchio.

Lui non risponde, sposta di lato il braccio sinistro, e tra le sue gambe spunta una piccola testa nera, un poco piatta, con due orecchie puntute e grigie.

Eve si avvicina ancora e tende le braccia. Il suo micio ci si accoccola nuovamente.

“Stupido gatto” Lo rimprovera ancora, accarezzandogli la schiena ricurva.

“E’ questo il suo nome?” ride l’uomo.

La ragazza si siede affianco a lui, tenendo l’ animale tra le braccia, e continuando ad accarezzarlo.

“No, no… - risponde – lui… ecco… non ce l’ ha un nome.”

Il vecchio la guarda ancora una volta e poi, senza smettere di sorridere, torna a fissare un qualche punto di fronte a lui.

“Abbiamo qualcosa in comune allora” mormora a bassa voce.

Eve pensa allora d’ aver colto male. Un uomo senza un nome? Doveva sicuramente intendere altro.

“E il tuo, ragazza corvina, qual è?”

“Io sono Eve”

“Un bel nome”

L’ anziano le rivolge un altro sorriso; lei non risponde ne’ muta espressione, e guarda il gatto, che respira lento. Il movimento sempre identico del petto dell’ animale, il respiro regolare ed il fiato caldo portano centinaia di ricordi e pensieri alla mente della ragazza, che si appoggia silente al tronco di ciliegio, accanto al vecchio, e continua a osservare il vuoto fino a sera inoltrata, senza una parola. Lo stesso fece l’ uomo.

 

È una mattina calda quando Eve si sveglia nuovamente, nella sua camera, immersa nella dolce penombra.

Sottili lame dorate di luce sferzano l’ aria, fino a posarsi delicate e gentili sul niveo volto della giovane, che osserva intorno con occhi socchiusi e carichi ancora di sonno.

Tenta di alzarsi, ma scopre d’ avere un peso sullo stomaco. Tasta pigra sulle coperte, a sollevare di peso il gatto che, come spesso, dormiva nel suo letto.

La casa è illuminata ma ancora vuota, se non fosse per lei ed il felino, corso in cucina in cerca di qualcosa da arraffare.
La madre lavora, tornando a casa solo qualche ora, nel tardo pomeriggio, durante le quali Eve si trova fuori, o chiusa nella sua camera: la vede raramente. Il suo unico fratello, invece, abita in una città non lontana con la fidanzata, ormai da tempo. Da quando ha lasciato quel posto, abbandonando Eve nel vuoto del suo stesso cuore, sola, la ragazza non l’ ha più voluto vedere, non ha più voluto parlargli, per odio, o per testardaggine forse, ma il motivo non è importante quanto i fatti.

Resta seduta, su una sedia in cucina, per un infinità di minuti. Ancora una volta, come il giorno precedente, lo stesso senso di mancanza e vuoto la pervade, attanaglia il suo cuore; la ragazza prova come se il vuoto fosse lasciato da un ricordo lontano, strappato a forza, calpestato e soffocato crudelmente, fino a spegnerlo. Ma quella angoscia non è provocata dalla mancanza di quel ricordo, doloroso, ma dalla residua presenza dello stesso; perché quando si toglie il respiro ad un sentimento, senza riuscire a dimenticare del tutto, e mai ci si riesce davvero, questo ricordo brucia ancor più, lottando per sopravvivere.

“Avanti, vieni a fare un giro”

Inghiottendo muta quella amara sensazione, reprimendola ancora una volta, la ragazza si rivolge al gatto; lo solleva da terra e, portandolo con sé, esce.

L’ estate ora si mostra sempre più, maggiormente insistente, eliminando dalla mente di tutti non sono la scuola ed il lavoro, ma anche i problemi e le piccole preoccupazioni di sempre; ma non per Eve, immersa in quella strana inquietudine che non può combattere.

Il viale di casa è calmo, silenzioso. La strada prosegue per alcuni metri, prima di insinuarsi tra case e piazzette. L’ aria è più fresca, ma calda ed estiva, nonostante un lieve vento quasi primaverile accarezzi ozioso e dolce i capelli scuri della ragazza.

Cammina, seguita dal gatto, per quasi un’ ora; osserva i volti rilassati o tesi di tutte le persone che la sfiorano, le passano accanto, la urtano a volte, senza degnarla d’ uno sguardo o di un pensiero. Pensa a tutta la gente che si vede passandosi di fianco, senza conoscersi ne’ pensarsi per un momento.

“Siamo così tanti – riflette – tutti coi propri pensieri, eppure…”

Continua ad osservarsi intorno: le piace notare quelle piccole cose che sfuggono ai più.

Ed è allora che, quasi senza accorgersene, si trova nuovamente nel suo piccolo luogo prediletto. Il suo prato, sempre uguale e pronto ad accoglierla senza un lamento; i fiori violetto e bianchi sempre profumati e…

Ed una figura nota alla giovane, poggiata ad un albero.

Ancora lui? Qui?

Si avvicina, e pian piano le si fa’ chiara l’ immagine del vecchio del giorno prima, seduto vicino ad uno dei suoi ciliegi. “Suoi” perché quello era il luogo di Eve. Nella sua mente era un luogo solo suo, dove nessuno poteva stare, per lasciarla piangere e riflettere sola. Ed ora qualcuno stava seduto lì, come ad aspettarla, fumando calmo una pipa di tasso rossiccio.

“Oh, Eve, eccoti qui!”

Il vecchio discosta la pipa dalle labbra e crea in aria un piccolo cerchio di fumo. Si volta verso lei.

“Come stai oggi? Vieni a farmi compagnia?”

La ragazza non dice nulla, annuisce al vecchio e gli si siede accanto. Infondo, lui poteva stare in quel luogo senza problemi. Le piace quel vecchio calmo e dall’ aria sapiente, e le sembra di conoscerlo da sempre.

Il gatto corre ad accovacciarsi tra le gambe dell’ uomo, e pare un morbido cuscino nero e grigio.

Il vecchio lo guarda, sorride, e poi nuovamente parla ad Eve.

“Allora, dimmi ragazza, mi sembri smarrita: che ti succede? Cos’è che ti trascina in questo?”

Lei abbassa lo sguardo, pensa un po’.

“Io… davvero, non lo so… è come…”

riflette qualche secondo e continua:

“… come se mi mancasse qualcosa, un grande vuoto, dove dovrebbe stare qualche cosa di importante”

Conclude il ragionamento annuendo a se stessa, e quasi sorride, contenta d’ aver trovato una risposta per il signore che le sta vicino.

“Capisco”

Il vecchio torna a fumare la sua pipa, come in una pausa. Poi riprende:

“E non hai idea di cosa sia?”
La ragazza scuote la testa, non si sente sicura.

“Capisco” ripete il vecchio, dando un altro tiro alla sua pipa.

“E dimmi… cos’è, in questo mondo, che da un senso alla tua vita?”

Eve sussulta: non si aspettava una domanda del genere. Fissa il vecchio senza trovare risposta, scavando nei suoi pensieri, invano. Tira poi un sospiro ed abbassa la testa.

“Non lo so…” conclude.

Il vecchio le sorride, come se tutto gli fosse ora chiaro.

“Non lo sai, eh?” ripete.

“Beh, dovresti saperlo invece! E se la tua vita non ha un senso, che la vivi a fare?”
Si blocca un attimo.

“Hei nono!!” anticipa l’ uomo “Non voglio dirti che devi smettere di vivere!! Dico solo che potresti migliorarla questa tua esistenza. Io ho trovato in molte cose un senso da darmi, qualcosa per cui fare tutto quello che faccio.”

“E in cosa?”
Eve alza lo sguardo e si fa’ attenta, interessata al vecchio.

“Ora non stiamo parlando di me, ma di te, cara gatta nera.” Sentenzia il vecchio.

“Pensaci” conclude poi l’ uomo, alzandosi.

La ragazza allunga un braccio come per chiedergli di fermarsi, ma lui la ignora, e a passi lenti si allontana, senza dire più nulla.

“Un senso…” mormora Eve fra sé.

“Un senso… ad ogni cosa!”

 

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lunedì, 21 agosto 2006
Sentimenti

Questo breve breve racconto è di non so forse l'anno scorso... o comunque durante la scuola, perchè ricordo di averlo scritto durante la lezione di geografia XD

“A nord capitano!! Guardate a nord!!”

“Ma che diavolo..?!”

Il mozzo si gettò a terra, il capitano corse a prua e si resse ad uno sei corrimani sul bordo della nave, dove erano saldamente assicurate le corde reggenti le robuste vele della affusolata e veloce “Shilla”.

Il capitano guardò avanti a sé a bocca aperta. Non riusciva a parlare, ne’ gridare ordini, ne’ a bisbigliare tra sé e sé. Era senza fiato e la pioggia fitta e pungente gli sferzava il volto e il tricorno ben calcato in testa che copriva in parte i lunghi, disordinati e bagnati capelli neri.

Il vento gonfiava insistentemente le vele, le orecchie pulsavano al capitano e il suo cuore batteva così forte e veloce da impedirgli quasi di udire altro.

Angoscia, o un sentimento simile che si poteva così chiamare salì attraverso l’ anima di ognuno degli uomini dell’ equipaggio. Nella mente di ognuno non rimaneva tempo ne’ spazio per pensare, poiché immagini e pensieri scorrevano improvvisamente da soli, con velocità impressionante, senza soffermarsi su nulla in particolare.

All’ angoscia si unì e mescolò la paura e poi fretta e rimorso e questi sentimenti, con l’ attaccamento alla vita, la rassegnazione si intrecciavano a formare un vortice, un turbine di sensazioni, emozioni.

Nei pensieri del capitano si fece chiara un’ immagine: un fiume bianco ed una treccia di nero danzavano nel suo cuore, e si aggiungevano i colori: erano i suoi sentimenti, positivi e negativi, giusti o sbagliati, nuovi e vecchi, che occupavano ogni pensiero. Si univano ora il viola, il terrore, il giallo spento del rimorso, il blu della paura che fredda il sangue. E poi il grigio, sensazione di non aver vissuto abbastanza, l’ impressione di sentirsi vuoti, incompleti; ed ecco il rosso ed il marrone dell’attaccamento alle cose. Ed  i colori danzavano insieme, nello stesso turbine di pensieri, e si stagliavano ora i verdi, la solidarietà , la preoccupazione per gli altri compagni, la compassione e l’amicizia. Ma nel suo cuore non c’era tempo, era dominato ormai  dai colori scuri del terrore, ed il tempo di gettarsi indietro non bastò a salvare nessuno.
Il turbine smise di danzare, e si apriva la strada tra i colori solo il nero, il buio. Poi luce. Il sentirsi completi per un momento, raggiungere ciò che si voleva, sentirsi pieni d’ogni cosa. Poi più nulla…

La nera signora si prende tutto, e se ne va. Senza rimorsi né ripensamenti…nulla.

 

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lunedì, 21 agosto 2006
La Divina PerditaDiTempo 2

Ballo II: Il Purgatorio

Camminando arrivammo al purgatorio

Che meglio era sempre di quell’ infernal mortorio.

E passandomi di popcorn una manciata

Brodo mi guidò verso una gran arcata.

 

“Voi siete qui” dicea scritto

E di fianco, piatto di carton, un angelo stava ritto

“O chell’ è, una sagoma?” Dissi con occhi esitanti

Frollo rispose: “HEM.. andiamo avanti…”

 

Quel che innanzi vidi fu cosa mai sognata

Dall’ arcata al paradiso un enorme… scalinata!!

Piu’ educazione fisica avrei dovuto fare

E mi misi mio malgrado a salire e camminare.

Diviso era in scale la guida mi spiegò

E verso alcun di esse, gia ansimante mi guidò

 

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lunedì, 21 agosto 2006
Biutifù

Uscito non so quado in un momento di follia. Non deve interessare ne' far ridere, è semplicemente una cazzata =P


Biutifù

SCENA 1: Nel salotto

Un salotto. Sul divanetto a pallini viola è seduta una tizia dall’ aria fashion.
Entra nella stanza uno in giacca e cravatta rosa

 

Tizio: Ooooh Biuty! Eccoti! Ti ho cercata per tutta la casa!
Biuty: Ma Ful, non eri andato a casa di Jack?
Ful: Appunto!
Biuty: Ooooh Ful! Cosa c’è che non va?
Ful: Oooooh Biuty, non hai saputo la terribile notizia?
Biuty: No Ful, non ho saputo la terribile notizia, perché mentre tu lo sapevi da Jack, Halo aveva scoperto che io sono sua zia, quindi ero andata a parlare con Mary, che credevo mia madre ma era quindi mia sorella, lo sai Ful.
Ful: Oh gia è vero! Tu eri andata da Halo che aveva scoperto che sei sua zia e poi eri a parlare con Mary che credevi tua madre ma è tua sorella! Me ne ero dimenticato!

Biuty: Gia, quindi, essendo io andata da parlare con Mary che credevo mia madre ma che è mia sorella perché Halo ha scoperto che sono sua zia, non ho saputo la notizia che ti ha dato Jack, che cosa è successo, Ful?
Ful: Mi dispiace ma… E’ MORTO IGOR!!!
Biuty; OOOOH NOOO IGOOOOORR!!!

 

…..

Silenzio
….

 

Biuty:E chi è ‘sto Igor?
Ful: Ma come, Biuty! E’ tuo padre!!
Biuty: Ma non era il postino????
Ful: Oh cavolo è vero! Tuo padre è il postino!
Biuty: no, imbecille! Igor è il postino!
Ful: Oooooooh noooooooooooooooo postiiiinoooooooo Iiiiiiiiiiiiiiiiiiiigoooooorrr *piange*
Biuty: susu… lo so che stavate bene insieme… ma per tutti arriva l’ ora…

 

Ful esce di scena piangendo

 

…silenzio…

 

Biuty: Ma non è che invece Igor era mio padre e il postino è Ben?

 

...silenzio…

 

Intanto, in una sala parecchio lontana…

Excel: HEEEEIL! IL PALAAAZZOOOO
Palazzo: ....

Excel: Quale geniale piano avete architettato per me oggi?
Palazzo: Excel… ho una missione da affidarti! Due tizi poco raccomandabili stanno mettendo i bastoni tra le ruote della nostra organizzazione segreta. Ostacoleranno la conquista della città, e noi non possiamo permetterlo!

Excel: HEEEEEEILLL! Excel li farà fuori!
Palazzo: Aspetta almeno che ti dica chi…

Excel si ferma sulla porta e si gira

 

Palazzo: I loro nomi sono Biuty Quellalì e Ful Tiziolà. Sono altamente pericolosi, quindi stai attenta, e scovali in fretta. Si nascono sotto sembianze di semplici cittadini.

Excel: HEEEIL!
Palazzo: perfetto! Vai e torna.

Excel esce di scena canticchiando una canzone a che vedere con qualche omicidio e un palazzo…

 

FINE PRIMA SCENA

 

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venerdì, 18 agosto 2006
La ragazza del gatto senza nome

Capitolo 1: Eve’s dream

È così… si sente sola, Eve, accucciata in un angolo della sua camera.
La penombra domina quel piccolo regno, dove tutto è piegato al suo volere, e il silenzio copre da sempre i suoi afoni pianti, senza chiedere nulla in cambio.

Non ha la forza, ancora, d’ alzarsi in piedi, nemmeno per aprire la porta, lasciare entrare il suo gatto che batte contro il legno, graffiandolo per arrivare alla maniglia.

È uno strano gatto, il suo. Non ha un nome. Non si è mai preoccupata, Eve, di dargli un nome. Infondo, che se ne può fare un gatto? Un animale, che se ne fa’ di un nome? Forse per rispondere al richiamo della padrona? Non ce n’è bisogno, perché è il gatto ad avvicinarsi alla ragazza, a cercare, nel suo grembo, un po’ di tepore e a portarle quel poco di affetto che le serve. Perché le serve, anche se lo nega, l’ affetto di cui ognuno ha bisogno.

Così si avvicina, quello strano gatto senza nome, nero, con una macchia grigia che gli corre dalla punta del muso fin quasi alla coda, ed i suoi occhi gialli, con quelle striature rosse che solo in lui puoi vedere.

La ragazza si alza, e finalmente esce dalla camera. Subito la luce della casa vuota l’ investe, accecandola per un momento. Va’ fuori di casa, rivolgendo un saluto a qualcuno che non c’è, perché l’ abitudine la porta a salutare chi resta.

Alla luce del sole, i tratti del suo viso pallido si fanno più leggeri. Ha un bel viso: lineamenti sottili e regolari, zigomi marcati; una ragazza bella di natura: I capelli corvini e gli occhi chiari, azzurri come piccoli frammenti di uno specchio che riflette il cielo sereno di una giornata infinita, in contrasto con l’ abbigliamento, rigorosamente scuro, di quella ragazza, rassomigliante ad un gatto cupo e randagio. Quel giorno indossa la sua gonna preferita, bianca e nera, con lo strascico da una parte, e una semplice maglietta sbracciata, con la figura di una batteria.

Eve cammina per quasi un’ ora, tra vie e piazze della sua città, fino ad arrivare ad un piccolo bivio.

L’ aria è un po’ pesante, calda, e il sole è ancora alto ed insistente, dominante quasi su ogni cosa, mentre le ombre sono deboli e ridotte sotto il peso della luce. Il silenzio colma la piccola strada deserta da lei imboccata, si sente solo lo svolazzare rado dei passeri che cercano qualcosa tra i cespugli vicini, ed il vento leggero come il fiato stanco del dio Eolo, che ogni tanto alza da terra le foglie secche, rimaste indietro, malinconicamente aggrappate all’ autunno precedente.

Dopo una breve pausa, la ragazza svolta a destra, e comincia a correre. È diretta nel luogo che sempre la consola, un piccolo ritaglio di terra sconosciuto alla maggior parte degli abitanti di quella frettolosa città, che non hanno mai un momento per riflettere davvero. È un posto tranquillo, dove il silenzio domina sovrano ancor più che per le strette strade attraversate da poco. Le piace molto quel luogo, perché può finalmente respirare sola, lontana da ogni cosa, dal traffico, dalla scuola, dalla sua casa sempre chiusa, anche se i problemi se li trascina dietro, ovunque tenti di scappare.

Semplicemente un prato, lontano dal centro della città, al limitare del quartiere. Un prato cinto da bassi muretti di pietra scura, alloggio di edere dai colori vari e rampicanti dai piccoli fiori candidi, e più in là una strada che non porta mai nessuno da quelle parti. Tutt’intorno, l’ erba sempre verde e gli alberi di ciliegio; gli alberi dei fiori che Eve adora da sempre.

Si rannicchia ora nell’ erba, le braccia intorno alle caviglie, ed annusa il profumo rimasto dopo la pioggia di qualche ora prima, scomparsa ormai del tutto.

Gli odori sono deboli, come lavati via e poi coperti dai raggi di sole, ma il profumo dell’ erba ora asciutta e dei radi fiori viola e bianchi arriva comunque a chi sa smettere di pensare per qualche istante, e prestare attenzione alle cose più sfuggevoli.

E lei resta così accucciata, per secondi, interi minuti, che poco a poco vanno a formare ore, passate ad ascoltare la debole brezza tra le foglie.

“Perché?” Sussurra la ragazza al vento. Non c’è nessuno ad ascoltare le sue parole.

“E’ una cosa triste – pensa – a cosa serve che qualcuno impari a parlare, quando poi non c’è mai nessuno ad dargli ascolto? Un uomo che parla da solo, è come se non parlasse, poiché per nessuno lo sta facendo. Forse solo per se stesso… Ma esiste davvero qualcuno in grado di ascoltare realmente?”

Sono pensieri contorti, sospesi e incompleti, quasi senza un filo logico, mentre si muove finalmente a sdraiarsi sull’ erba.

Infondo, la solitudine non è così male.
Si addormenta.

Un sogno strano il suo, dominato da confusi pensieri. Un sogno che, al suo risveglio, era svanito come un rintocco, come una fragile bolla di sapone sfiorata dalle dita di un bambino innocente.

“Che mal di testa..” si lamenta Eve, mentre torna a sedere, asciugando la fronte tersa di sudore per il sonno agitato.

Poi un lieve suono, nel silenzio immobile e totale, attira lo sguardo della ragazza.

Due occhi gialli, brillanti e decisi, una schiena esile ed incurvata da felino, il manto corvino con quella unica striatura grigia che lo attraversa: il suo gatto senza un nome.

“Che ci fai qui?”

Il tono di lei è stranamente dolce, cordiale come quasi mai lo si può udire, mentre si avvicina all’ animale, tendendo le braccia verso quest’ ultimo.

Il gatto segue i suoi passi e i movimenti con lo sguardo fisso, restando immobile. Quando si è avvicinata abbastanza, però, spicca un balzo, le salta in grembo, si avvolge su se stesso fra le braccia esili di Eve, facendo debolmente le fusa, pigro.

Sorride, la ragazza, e torna a sedersi, tenendo in braccio il gatto.

Il cielo si è fatto più scuro, e l’ aria più fredda, anche se di poco. Non sa che ore siano ma non le importa: la calmano troppo, per andarsene, il silenzio e la solitudine tanto difficili da ottenere.

Il tepore del micio, accoccolatole in grembo, le attraversa tutto il corpo, e non sente l’ aria che va irrigidendosi, le fa’ quasi chiudere gli occhi,  abbandonarsi ai suoi pensieri vaghi, lontani, di una vita che vorrebbe ma che non può avere, forse per codardia, per debolezza o per la rassegnazione che la domina da molto, come se non fosse lei l’ artefice dei propri sentimenti e le proprie azioni.

Infine, le palpebre, pesanti, si chiudono nuovamente, il respiro regolare e ininterrotto del gatto la culla e, come poco prima, Eve scivola come trascinata in un sonno pieno di pensieri, di versi ed immagini, dolci ed amare, alate e soffocanti come il profumo intenso di rose nere, in una strana sera di primavera.




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Non chiedetemi se riuscirò mai a finire questo racconto... intanto lo inizio!

 

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martedì, 17 gennaio 2006
Neve

Nevica...
Guardo fuori dalla finestra sognante, ma non vedo nulalla in particolare... un vortice bianco avvolge ogni mio pensiero come una calda coperta... il calore della mia stanza mi copre ancora di più, pensando al freddo che regna sovrano sulla strada...
Com'è dolce la neve... la trovo una cosa davvero bella.. e penso.
Nevica...
E mi vengono in mente tante cose, pensieri disconnessi, senza una successione logica... vedo le persone che non vedo da un po'... o che ho visto stamattina a scuola... cosa state facendo ora? Immagino...
Giulia starà riposando... forse la febbre starà scendendo;
Keka cena con i suoi genitori, parlando di scuola;
Anna mangia insieme ai genitori e a Cosmo... e parlano della giornata al corso di teatro, o forse Anna ha già cenato e suona il suo pianoforte...
Qualcuno, nella mia mente, cena, altri parlano, discutono, qualcun' altro sta in camera da solo, riflette... quante immagini si stagliano ogni minuto, attraverso la mia mente, mentre i miei occhi non riescono a fissare un punto preciso, ma tutto il dolce vorticare della neve che scende... e srivo di getto.
Nevica...

 

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domenica, 18 dicembre 2005
Ricordi?

Una cosina corta scritta l' altra sera. Il personaggio che parla è una Certa Tizia non meglio identificata, e si rivolge a un Certo Tizio anche lui senza nome, ma non ha importanza XD


Ricordi?
Ricordi quel giorno, non così lontano? Quel giorno d' inverno, in cui mi dicesti per la prima volta "ti amo". Sottovoce, dolcemente.
Ricordi... ricordi quel giorno freddo vicino al Natale? Quel giorno, prendendoci per mano girammmo per ore tra vicoli, piazze e luci, fino a sera, vicini. Ricordi quant' era bello?
E ricordi quel giorno... quel giorno d' autunno? Le foglie cadevano lente, rosse gialle e di mille colori e sfumature, e tu mi abbracciasti sotto l' acero, per consolarmi, e io riuscii a dire solo "grazie"...
Ricordi... quel tiepido pomeriggio di fine primavera? Gli alberi ancora in fiore, bianchi e gialli e rosa di petali ancora profumati ed i tuoi occhi sorridenti...
Ricordi l' inizio di quella primavera? Ti incontrai fuori dalla scuola, aspettavi me. Non sapevi nemmeno tu il perchè...
E poi ricordi... ricordi quel giorno? la primavera non era neanche iniziata, ricordi? Nel bar all' angolo... leggevi assorto un libro dal titolo che non ricordo... ti girasti e i nostri sguardi, forse per la prima volta, si incrociarono. Sorrisi. Tu mi chiedesti il mio nome; risposi, e tu anche. L' amicizia naque subito, vero? E poi mutò...
E ricordi sicuramente, mezz'ora, forse un' ora fa, quando, seduti sul divano a parlare del passato, mi hai chiesto se ricordassi quel giorno. Beh... ricordo bene... e tu?

 

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sabato, 03 dicembre 2005
La Divina Perditaditempo

Indovinate dal titolo XD
La mia opera Dantesca!! Chiaramente in chiave demenziale XP Ricorderò l' effetto che fece al corso di teatro l' anno scorso quando ho letto la prima parte... poi sono andata avanti. Ecco fin dove sono arrivata ^^

Canto I: L’ Inferno

Nel mezzo del cammin della mia vita… “Tua?”  Sì mia, ma anche tua” “Ah! Allora nostra…” “Nostra!”

Nel mezzo del cammin di nostra vita,

mi ritrovai in mano un matita.

Oh che cos’ è? mi dissi io raggiante.

È una matita! Ma quello chi è? È forse Dante?

Si, era lui! Cappuccio rosso e alloro in testa

Al paradiso andava, forse c’ era una festa!

Così decisi di dirigermi anch’ io

E mi avviai con il miglior passo mio

 

Ma ben presto mi smarrii:

nel buio inferno mi trovai.

Fiamme rosse e dannati ovunque

Mi trovai davanti e dissi “dunque…”

Dove potevo andare? Mi diressi in fondo al viale

E li vidi un grande e chiaro segnale:

“Per Caronte di la” diceva

 

Mi diressi verso ‘sto Caronte

E li arrivata vidi un ponte.

Era enorme, lungo e alto

E sotto questo ne passava un altro

E li sotto i ponti ‘sto Caronte traghettava

“Cosa fai tu qui?” mi disse, mentre la gondola guidava

“Lo so son viva…” gli risposi. E quello, schietto:

“Non è per questo, devi pagare il biglietto!”

 

E mi voltai a rimirar lo passo

li c’ era una porta: era fatta di sasso.

E sulla porta insegne ho trovate:
”Pagate il biglietto, voi ch’ intrate”

e in basso a destra un’ altra insegna avanza:

“E già che ci siete, lasciate ogni speranza”

 

Quand’ il biglietto io avea pagato

Caronte s’ era avvicinato

A gran voce una guida chiamava

E qualcun dalla porta entrava

E allor fu che vidi la mia guida

Ed ei diceva: “Ma chi è che grida?!”

 

Lo riconobbi, alla gola ebbi un nodo

Era proprio lui! Ma sì, era Frodo!!

“L’ immortalità non hai trovato?

In fin con gli elfi per quella eri andato”

“Tutte frottole” rispose con sincerità

“Inventan storie, per pubblicità”

Così ci avviammo sul più grande dei due ponti

E qui le anime tutte passavan dei morti

E noi con loro, e ci guardavano storti…

“E Caronte?” dicevo “A far che c’è?”

“Nell’ età della pensione con le riforme non è”

 

E giungemmo al primo girone

E qui c’ attendeva un altro cartellone

“Girone degli avari” dicea

E chi incontro qui? Eroi e miti come Enea?

Ma no! Ecco la Franklin che solo il cibo non da’

Mi sorprendo un poco, ma che ci si puo fa’!

 

E piu’ avanti ancora riconosco qualcuno

Paperon de Paperoni! Che mai fece un dono

Mi ci avvicino “all’ inferno sei finito?”

E lui “Ma al purgatorio in qualche piano ho investito!”

“Chissà se ci si guadagna” Cogitai ora

Ci farò un pensierino! E ci avviamo ancora

 

Ed un altro girone c’ attendeva:

Il girone degli assassini sul cartello si vedeva

E qui tra le altre un’ anima in pena

“Anna! Che ci fai qui??” dissi appena

“Sai com’è… la Barbi volea interrogarmi or ora”

E ringraziandola di cuore ci avviamo ancora

 

Un altro girone trovammo sul cammino

“quando arria il paradiso?” e Frodo: “Calma, andiam pianino”

Ed il girone dei consiglieri di frode era questo

E chi in lingue di fuoco avvolto ci vedo presto?

Un tizio basso e calvo noto, le mani si sfregava

E sorrideva co’ l’ aria di chi tutti in vita fregava

Ed mi ricorda qualcuno… politico un importante

Ma non mi vie in mente in quell’ istante…

 

E cammina cammina

Cammina cammina

Camminando camminiamo

E dall’ Inferno presto usciamo

 

“E finalmente!” Io dico contenta

“Ora il Purgatorio c’ attende, quindi stai attenta”

Mi disse Frocio.. HEM! Frodo

Ma questo giro mi diverte, e molto ci godo.

Fuoco e fiamme e dannati

Ci lasciamo alle spalle con i souvenir che c’han dati

Così l’ altra porta de l’ Inferno verchiam

E avanti andiamo e mai ci giriam

 

 

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Tra le pagine: "la penna"

giovedì, 24 novembre 2005
Romeo & Giulietta

Questa è una storiella autoconclusiva che scrissi un poco di tempo fa, con protagonisti i celeberrimi Romeo e Giulietta,  la cui storia la mia città ha avuto il piacere di ospitare ^^ :

Romeo sta sotto il balcone, si è deciso a veder Giulietta, e aspetta che quella si affacci alla finestra. È nervoso come non mai, ma non rinuncerebbe all’ opportunità di vedere il viso dell’ amata ed esprimere il suo sentimento. Si guarda intorno, nulla si muove a quel ora; alza lo sguardo verso la camera di Giulietta, ma non vede nulla.

Poi una luce si accende nella camera, e Giulietta spalanca la finestra sapendo cosa le aspetta. Vede lui, sorride.

“Ecco, ora che i tuoi occhi sono rivolti a me, nulla potrà più turbarmi per questo infinito attimo”

Dice lui.

Giulietta sorride, non dice nulla; Romeo la vede rientrare e scomparire dietro la tenda. Per un attimo c’è silenzio. Si odono poi dei passi sull’ alta scalinata che da sul giardino, all’ entrata della grande casa. E’ buio fuori. Il silenzio avvolge ogni cosa, e l’ unico rumore che Romeo può udire, trattenendo il respiro affannoso per un attimo, è il passo leggero e delicato di lei.

Ed eccola apparire alla cima della scalinata. Romeo corre da lei, si appoggia a un corrimano delle scale di marmo, cammina ora sulle scalette di fianco al corrimano, esterne alla scalinata, guardandola negli occhi. Cammina lento verso di lei, e così fa la fanciulla. La scalinata è lunga e sono ancora lontani, ma come un tacito accordo, i due giovani camminano lentamente guardandosi.

La luna è alta. Romeo ha per primo l’ ispirazione, e proferisce parola:

“Vorrei essere la luna, perché così quando tu ti affacci al balcone, Giulietta mia, sarei lì, potrei vederti e tu, tutte le notti, mi vedresti. Le nuvole sono passeggere e se mi coprono la notte dopo mi vedrai, pieno o vuoto che sono, mi vedresti sempre e io potrei ascoltare la tua voce ogni

notte, vedere i tuoi occhi, cercare di strapparti un sorriso speciale, un sorriso sincero...”

Dice lui alla ragazza, e quella si ferma, sorride, fa per parlare, poi sembra cercare le parole giuste, si sofferma su diversi pensieri e parole e lo da a vedere, finché non prende a camminare più veloce verso di lui parlando e sorridendo divertita:

“Il mio pensiero non fa che andare a voi, mio ser. Vedo il vostro viso e parole dolci che sogno di sussurrare un giorno al vostro cuore. Sogno di raggiungerlo e poter esprimere ciò che provo e a stento comprendo.”

Dice, e, un po’ per timidezza, per rispetto, e un po’ per gioco, viene a chiamarlo Ser.

E questo corre verso di lei salendo le scale, e scambiarsi pensieri è diventato per loro un gioco romantico. Sorridono entrambi divertiti e lui risponde:

“Lascerei tutto. L’ unica cosa che voglio e potermi perdere nei tuoi occhi.” Fa una pausa e si ferma, poi aggiunge “Non so che dire” e ride.

E lei continua il gioco:

“Dite solo che mi amate”

Risponde con una risatina dolce e divertita

“Vi amo”

Ribatte lui semplicemente, prendendo a dare del Voi come lei, e riprende a salire le scale mentre lo dice.

“Davvero?”

Chiede lei per scherzo

“Più della mia esistenza”

Gioca lui con le parole, ora.

E sono giunti scambiandosi frasi e camminando a metà scala entrambi, ora uno di fronte all’ altro, lei sulla scalinata e lui al di la del corrimano.

Sorridono in silenzio senza dir nulla; poi lui scavalca la ringhiera ed è accanto alla ragazza sulla scalinata.

Il silenzio torna tutt’ intorno ai due.

Non dicono più nulla.

Le loro labbra si sfiorano in una notte di luna piena e confortante silenzio.

FINE

 

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L'onore di un mago sta nell'intreccio dei suoi incantesimi

 

Le lacrime sono una delle poche cose sincere dell' uomo
è ciò che le provoca, se non sono di gioia, a meritare d'essere punito

 

Gli dei? Creatori con meno fantasia di noi.

 

L'unico vero amore è quello di un artista per la sua creazione.

 

Ciò che ci distingue dagli animali è saper creare qualcosa che ci dia gioia profonda: l' Arte.

 

Religione è quella cosa che copre l'omicidio con buone cause, fa arricchire i vecchi panzoni e rincoglionire i bimbi

 

Quando il sogno diventerà realta, cosa immaginerai dopo?

 

A volte ho fretta di vivere

 

Come Konstantin Nazvanov davanti al boccascena: anche il mio suggeritore preferisce l'orologio.

 

Un grande pregio della fantasia è poter scrivere anche di ciò in cui non si crede.

 

Una stella brilla di luce propria, una stella brilla per i cuori degli altri.

 

"Dai tu sei un essere superiore piu in alto nella catena alimentare tanto è vero che i comodini mangiano i truzzi le bistecche mangiano i comodini , io mangio le bestecche e tu mi mangi" (MadWolf)

 

"L'amicizia vera è un amore che dura per sempre" (Jadis)

 

Non è la vita ad essere un lungo viaggio: sono i viaggi, piuttosto, a vivere ogni volta con il cuore pulsante dell'avventura

 

Veloce, che mi scappa da vivere!

 

Prima goditelo, contemplalo poi.

 

Restino mute le tue labbra perché puro sia il tuo cuore.

 

Se qualche goccia ti disturba, apri l'ombrello; ma se la pioggia cade forte, lascia che lavi via i pensieri.

 

Dietro alle stelle, là c'è l'infinito.

 

Alza gli occhi se vuoi vedere quello che si spetta.

 

Quando hai voglia di piangere, fallo, e abbraccia qualcuno perché ti capirà.

 

"L'angelo nero condannato all'umanità perché osò amarla, la sibilla che fu cieca al suo stesso destino e il sacrificio che per amore visse.
Sei l'infinito dietro le stelle. Che si specchia nel mare ed è convinto che sia lontano ed irraggiungibile." (Lady Lylian)

 

"Una bella persona è quando è facile pensarla amica,una bella persona fa sembrare tutto cio che dice oro colato ma soprattutto una bella persona non è perfetta e lo sa." (Marco)

 

L'immoralità della noia è seconda solo a quella del destino.

 

Voglio fare la cosa sbagliata, ancora e ancora e ancora, e godere del piacere della mia immaturità.